DA ALTINO

antiche storie di viti e di vini

Giampiero Rorato  -  Leonardo Trevisan

 

L'antica aristocratica Tavola Altinate

Antiche storie di viti e di vini

Ricettario per una cena romana

La qualità dei vini del Veneto
Orientale e del Basso Friuli

Strabone, lo storico e geografo greco nato ad Amasia, nel Ponto, nel 63 a.C., ci racconta nella sua opera principale, “Geografia”, in 17 libri, come già ai suoi tempi, grazie alla presenza romana, l’agro veneto fosse “tutto fertile, ricco di viti e di alberi” (VIII, 38). E aggiunge: “Quanto alla quantità del vino, essa è provata dalle botti: quelle di legno sono infatti più grandi delle case e la produzione di pece contribuisce poi ad una buona duratura” (V, 1, C 218).
Se dunque già sul finire del I sec. a.C. la coltivazione della vite appare così diffusa, dice il vero lo scrittore e storico greco Erodiano, nato nel 180 d.C., quando afferma nella sua “Storia dell’impero dopo Marco Aurelio” che “la regione è assai ricca di vigneti per cui rifornisce di abbondante vino i popoli che non coltivano la vite. Qui gli alberi sono disposti a uguali distanze e le loro viti sono accoppiate, formando un quadro festoso, tanto che quelle terre sembrano adorne di corone verdeggianti”.
La realtà vitivinicola regionale si presenta in tutto il suo splendore solo dopo l’arrivo dei Romani, perché  prima, come  assicura  il poeta Publio Virgilio Marone, si trovava esclusivamente la vite selvatica: “Auspice, ut antrum silvestris raris sparsit labrusca racemis”, fa dire infatti in una sua egloga a Mopso rivolto a Menalca, cioè “guarda come la vite selvatica, la labrusca, ha ricoperto qua e là con i suoi grappoli la rustica capanna” (Egl V, 5-6).
Strabone, lo storico e geografo greco nato ad Amasia, nel Ponto, nel 63 a.C., ci racconta nella sua opera principale, “Geografia”, in 17 libri, come già ai suoi tempi, grazie alla presenza romana, l’agro veneto fosse “tutto fertile, ricco di viti e di alberi” (VIII, 38). E aggiunge: “Quanto alla quantità del vino, essa è provata dalle botti: quelle di legno sono infatti più grandi delle case e la produzione di pece contribuisce poi ad una buona duratura” (V, 1, C 218).
Se dunque già sul finire del I sec. a.C. la coltivazione della vite appare così diffusa, dice il vero lo scrittore e storico greco Erodiano, nato nel 180 d.C., quando afferma nella sua “Storia dell’impero dopo Marco Aurelio” che “la regione è assai ricca di vigneti per cui rifornisce di abbondante vino i popoli che non coltivano la vite. Qui gli alberi sono disposti a uguali distanze e le loro viti sono accoppiate, formando un quadro festoso, tanto che quelle terre sembrano adorne di corone verdeggianti”.
La realtà vitivinicola regionale si presenta in tutto il suo splendore solo dopo l’arrivo dei Romani, perché  prima, come  assicura  il poeta Publio Virgilio Marone, si trovava esclusivamente la vite selvatica: “Auspice, ut antrum silvestris raris sparsit labrusca racemis”, fa dire infatti in una sua egloga a Mopso rivolto a Menalca, cioè “guarda come la vite selvatica, la labrusca, ha ricoperto qua e là con i suoi grappoli la rustica capanna” (Egl V, 5-6).
Poi, con le centurazioni del territorio, i coloni romani iniziano a coltivare ovunque la vite, con risultati anche estetici che lo stesso Virgilio non manca di sottolineare, affermando che “lentae texunt umbracula vites”  (Egl IX, 42), cioè “le flessibili viti intrecciano pergolati”, disegnando armoniosi fraseggi nella campagna ben curata da saggi agricoltori.
Volendo fissare per questo territorio una data di passaggio fra l’antica presenza della vite selvatica e l’inizio della coltivazione intensiva della vitis vinifera, questa non può essere che il 131 a.C., quando s’è dato inizio alla costruzione della via Annia.

Se da quell’anno comincia per Altino una nuova vita, è del pari vero che la popolazione qui residente aveva ormai alle spalle lunghi secoli di civiltà, dal momento che la città, già molto prima dell’arrivo dei Romani, era ricca e popolosa, ben sviluppata e caratterizzata da un fiorente commercio con i centri dell’interno e della gronda lagunare.
Non fu difficile dunque per i residenti accogliere e far proprio quanto di buono veniva portato dai nuovi arrivati, fra cui appunto le viti che i coloni mandati da Roma si portarono dalle regioni d’origine.
Ma un’altra data è fondamentale nella nostra storia: il 15 a.C., che segna l’avvio dei lavori disposti dal giovane Druso per la costruzione di una nuova grande arteria, completata nel 47 d.C. dall’imperatore Claudio, suo figlio, cioè la Claudia Augusta che metteva in collegamento Altino e l’alto Adriatico con Augusta Vindelicum, l’odierna Augsburg, e quindi con le regioni danubiane e la Germania.
L’Annia, che si dirigeva a nord-est verso Iulia Concordia e Aquileia, ma ancor più la Claudia Augusta – che puntava diritta a nord, superando il fiume Piave lì dove esso si allarga appena uscito dalla pedemontana trevigiana e dal Montello verso la pianura – furono importanti vie di diffusione dei prodotti coltivati nell’agro altinate e in primo luogo della vite che, nelle campagne verso Musestre, S. Cipriano e Roncade, aveva trovato fin da allora un habitat ideale.

 

LA CLAUDIA AUGUSTA
Altino - Augsburg

La romanizzazione del territorio nel Veneto orientale fu piuttosto lenta e per veder realizzate, dopo quella di Altino, le centuriazioni di Oderzo e di Concordia occorrerà attendere qualche decennio, ma intanto la vite era stata ampiamente diffusa nell’entroterra altinate fino al Piave, così come in terra friulana da Aquileia si era diffusa fino al Tagliamento e alla  cerchia  delle Alpi.
La vite, al pari del frumento, rappresentò dunque una delle coltivazioni più importanti e caratteristiche del territorio a monte di Altino, essendo il vino bevanda assai gradita alla nuova borghesia veneto-romana, venendo pure inviato dal vicino scalo marittimo fino a Roma dove la richiesta era sempre sostenuta.
Ad Altino soggiornarono poi diversi imperatori romani, da Lucio Vero, fratello di Marco Aurelio ad Onorio, giuntovi nel 402 e la loro presenza esigeva, fra le altre cose, l’organizzazione di banchetti e brindisi con larga partecipazione del patriziato e della borghesia locale.
Poi, a seguito dell’editto di Costantino (313 d.C.), il Cristianesimo venne riconosciuto e approvato dalle massime autorità dello Stato romano, diffondendosi quindi rapidamente fra la popolazione. Ben presto la città di Altino divenne sede vescovile con Eliodoro che resse la diocesi fino al 407 e questa importante istituzione ecclesiastica diede ulteriore contributo all’innal-zamento del tenore di vita cittadino.
Questi sono secoli di grande splendore,  in particolare da quando

iniziano i lavori per la via Annia e fino a che la Claudia Augusta è completata e ancora più in avanti. In questo periodo si assiste ad uno straordinario fervore di iniziative in ogni campo, con un crescente sviluppo produttivo e commerciale e con feste e avvenimenti  di grande  rilievo  tanto che Altino, forse anche grazie alla sua posizione decentrata, ma soprattutto perché strategico nodo stradale e ben protetto scalo navale, intermedio fra Ravenna e Aquileia, vive più di altre città venete un lungo periodo felice che si concluderà molto tardi, solo nel 452, quando arriverà anche qui la furia devastatrice di Attila.
La viticoltura ebbe dunque un ruolo importante nell’economia altinate nel corso dei secoli che vanno dalla costruzione dell’Annia al passaggio delle orde unne e da qui la vite si diffuse poi a macchia d’olio nell’entroterra veneto, in particolare lungo la Claudia Augusta, tanto è vero  che  nel corso della storia i vini di Roncade, S. Biagio di Callalta, Breda di Piave, Maserada sul Piave e in genere delle terre del Piave, del Montello e di tutta la fertile pedemontana attraversata dall’importante arteria sia col ramo militare (Moriago, Vidor, Valdobbiadene) che con quello commerciale (tutta l’area solighese e le attigue colline felettane) hanno segnato non solo l’economia ma la civiltà stessa dei residenti, che ancor oggi considerano la viticoltura una voce importante dell’economia del territorio e il vino quale presenza indispensabile su ogni tavola imbandita.

E’ infatti significativo che oggi, con una continuità storica davvero stupefacente, l’antico percorso della Claudia Augusta sia sfiorato per lungo tratto dalla moderna “Strada dei vini del Piave”, creata dopo l’ultimo dopoguerra per esaltare gli ottimi vini prodotti nella pianura veneziana e trevigiana, in particolare i vini bianchi a denominazione di origine controllata Chardonnay, Pinot bianco, Pinot grigio, Tocai
(Tai dal 2007) e Verduzzo e i rossi Cabernet e Cabernet Sauvignon, Merlot, Pinot nero e Raboso e ancora il Cabernet franc, l’Incrocio Manzoni 6.0.13 (bianco), l’Incrocio Manzoni 2.15 (rosso), il Malbech, la Malvasia istriana, il Muller-Thurgau, il Riesling sia italico che renano, il Refosco, ecc.
I vini della terra del Piave, attraversata da Sud a Nord dalla Claudia Augusta qui diffusi da oltre duemila anni proprio grazie a questa antica arteria sono oggi conosciuti e apprezzati non solo in Italia ma in ogni parte del mondo dove godono di una richiesta che cresce col passare degli anni.
E lo stesso può dirsi dei vini prodotti nel comprensorio pedemontano, attraversato da Est a Ovest dalla Strada del Prosecco, nel quale, oltre al Prosecco e al Prosecco superiore di Cartizze, si producono lo straordinario Colli di Conegliano Refrontolo passito D.O.C. – che è il celebre Marzemino cantato da Mozart nel suo Don Giovanni, il cui libretto è stato scritto dal cenedese Lorenzo Da Ponte – e il raro e prezioso Torchiato di Fregona, anche questo a denominazione di origine controllata, oltre ai moderni e importanti Colli di Conegliano (bianco) e Colli di Conegliano rosso, ultime gemme di una produzione enologica di grande prestigio anche a livello internazionale. Non va inoltre dimenticato un vino autoctono di lunga storia, il Verdiso, prodotto soprattutto nell’area tra Conegliano  e Combai. 
A ridosso della strada realizzata per volere di Druso e del figlio Claudio si trova pure la terza area di produzione di vini a D.O.C. della Marca Trevigiana, quella del Montello e dei  Colli  Asolani,  ove  si  coltivano  soprattutto  Prosecco, Cabernet e Merlot, ma anche Chardonnay, Pinot bianco e grigio, Sauvignon e si produce quello straordinario vino che è il Venegazzù, anch’esso superbo prodotto di nicchia, emulo e pari ai migliori rossi di Bordeaux, presente sulle tavole più importanti del mondo.
Nel corso del tempo in queste aree si sono prodotti anche altri vini, compreso il Picolit, ma la Claudia Augusta Altinate, così come l’Annia e la Postumia, la grande arteria che congiungeva Genova ad Aquileia, hanno rappresentato comode vie di passaggio anche per numerosi eserciti invasori, dalle orde dei Quadi e Marcomanni a quelle di Attila ai moderni ed agguerriti eserciti che fino alla metà del ventesimo secolo hanno insanguinato queste fertili plaghe, provocando, in subordine, la ripetuta distruzione del patrimonio agricolo e in particolare della vite. A causa soprattutto delle invasioni e delle guerre, ma anche dell’evoluzione dei gusti, fra i vitigni più antichi e autoctoni sono rimasti solo il Marzemino, il Raboso, il Verdiso e il Verduzzo, mentre gli altri, tutti gli altri, sono stati importati nel corso del tempo da altre aree vitivinicole europee e qui rimasti, avendo trovato un territorio, un clima e una sapienza produttiva capace di esaltarli al meglio.
Per questi motivi è stato completamente modificato ma certo non sconvolto quel panorama enologico che si presentava due millenni or sono al mantovano Virgilio quando, ammirando questa campagna, era colpito dagli ombrosi pergolati di viti che ornavano le facciate delle case dei saggi agricoltori veneti. Oggi chi, partendo da Altino, volesse seguire l’antico percorso della Claudia Augusta verso Feltre, Bolzano, Merano e, oltre le Alpi, in Baviera, verso Landeck, Füssen, Landsberg ed Augsburg, o scendesse dal Centro Europa le Alpi verso la pianura per ritrovare le antiche vestigia della romana Altinum, in tutto il territorio italiano attraversato resterebbe ammaliato dalle curate distese di splendide vigne e dalle modernissime cantine odorose di vini buoni e, seguendo le moderne indicazioni delle “Strade del vino”, troverebbe in ogni borgo, in ogni paese osterie, trattorie e ristoranti ove assaggiare i prodotti d’una terra ferace, arricchiti dalla civiltà d’un popolo che ha saputo conservare e onorare al meglio la preziosa eredità vitivinicola qui portata, oltre due millenni or sono, dalle legioni di Roma.

 

Dalle strade romane a quelle dei vini

i vini

leo@fondazionepremioaltino.it