CONTADIN

Diego Stefani

Contadin

O contadinh
cô manh piene de cai
ti
tu sê umile
senplice
e da secoi tu laora la tera
no tu te ferma mai.

Ma contadinh
tu sê anh poc trist
elo parchè la tera le drio morir?
Elo parchè quel che tu fà
no le benh pagà?
Elo forse parche i te ciama contadinh?

Fa' finta de gnhjnt
parche tu sê
de na olta
de ancohj
e anca de domanh.

Asa che i dighe
che al contadinh le tramontà
che i ride dele tô fadighe
i se acordarà anh bei dì
co no ghe sarà pì la tô manh
alora sì
sarà finì anca al panh.
 

Contadino

Oh contadino
con le mani piene di calli
tu
sei umile
semplice
e da secoli lavori la terra
non ti fermi mai.

Ma contadino
sei un po' triste
è perché la terra sta per morire?
È perché quello che fai
non è ben remunerato?
È forse perché ti chiamano "contadino" ?

Fa' finta di niente
perché tu sei
di una volta
di oggi
e anche di domani.

Lascia dire
che il contadino è tramontato
che ridano delle tue fatiche
si accorgeranno un bei giorno
quando non ci saranno più le tue mani
allora sì
che sarà finito anche il pane.
 

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Ogni arte e mestiere trova la sua precisa dimensione quando si riesce a collocarlo nell'habitat naturale.

L'autore, nato e cresciuto a Combai, si riferisce al contadino di quei luoghi (siamo nell'alto trevigiano); la mano callosa rappresenta l'indelebile testimonianza di questa realtà. Qui il coltivare la terra è principalmente un lavoro manuale.

Mestiere senza tempo, tanto ingrato quanto indispensabile, che forgia e tempra l'uomo e lo rende saggio e riflessivo.

Difficile accettare il progresso e la "civiltà"; questi fenomeni del nostro tempo talvolta distruttivi.

Si chiude con "l'inno alla sopravvivenza". Perché l'uomo non desista dal lottare, dal conservare intatti i valori della cultura contadina.

La mano callosa del contadino è l'ancora di salvezza di un bene inestimabile: il frutto genuino e naturale della nostra terra.