Francesco Gambino 


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La Nuova Venezia  20 novembre 2012
 

«Più carte che diagnosi La professione va salvata»

Francesco Gambino, medico di famiglia premiato a cinquant’anni dalla laurea ricorda quando faceva partorire le donne a casa: «Oggi sarebbe impensabile»

di Simone Bianchi

Una vita dedicata alla medicina di famiglia e alla pediatria. Trentotto anni passati ad assistere i cittadini malati, ma anche anni durante i quali ha visto cambiare molti aspetti della sua professione che ha amato, ama e continua in qualche modo a esercitare per dare il suo contributo a chi ne ha bisogno. «È cambiato tutto in questi anni, oggi il medico di famiglia ormai, deve stare più attento a non sbagliare le pratiche burocratiche rispetto alle diagnosi», commenta un po’ amareggiato il dottor Francesco Gambino.

«Molte cose sono cambiate in questo mestiere negli ultimi decenni, ma ai giovani, se posso dare un consiglio, dico di continuare ad avere lo spirito del medico che assisteva e conosceva davvero i propri pazienti. Il dottore che entrava nelle case, che sapeva vita, morte e miracoli delle persone, nel senso di conoscerli davvero sotto il profilo clinico. Ora è tutto più difficile e complicato. C’è troppa burocrazia».

Di origine piemontese (racconta di quando al liceo di Asti in cui studiava c’era come insegnante di filosofia colui che sarebbe poi diventato il cardinal Sodano) il dottor Gambino, come tanti suoi colleghi, ha mille e più di una storia da riferire a chi gli chiede com’era fare un tempo il medico di famiglia. Sabato scorso è stato premiato dall’Ordine provinciale dei medici per i 50 anni trascorsi dalla laurea in Medicina, e lui parla volentieri del suo passato trascorso ad assistere i malati.

«Penso a quando si facevano nascere i bambini nelle case, tantissime volte l’ho fatto agli inizi», ricorda Gambino. «Tempi che ormai sembrano lontanissimi. Dopo essermi trasferito qui nel 1956 per studiare Medicina a Padova, ho iniziato subito a esercitare. Sono stato anche in Africa, e avendo la specializzazione iniziale in chirurgia, lavoravo in un ospedale irlandese in Biafra, e solo lì ho fatto una settantina di tagli cesarei. È stata una esperienza molto preziosa, che poi mi è servita molto una volta rientrato in Italia. Tuttavia ho visto morire talmente tanti bambini in quei luoghi, da specializzarmi anche in pediatria per evitare di dover vedere altre situazioni simili e dare il mio contributo».

Negli anni il dottor Gambino ha esercitato in molte città tra le province di Venezia e Treviso, è stato tra i fondatori della casa di riposo Ca’ dei Fiori di Quarto d’Altino, e poi è stato tra i protagonisti anche del nuovo “servizio musica” curato dalla Fondazione Premio Altino per le donne in gravidanza.

«Una volta si lavorava ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette, comprese le festività. Di medici ce n’erano pochi e di pazienti malati tanti. A 70 anni mi hanno obbligato ad andare in pensione, ma mi manca moltissimo non poterlo fare più attivamente. Così, se serve, cerco di rendermi utile con le famiglie più bisognose, in difficoltà con la crisi economica, dando loro qualche consiglio utile per curarsi. La nostra esperienza deve sempre essere a disposizione del cittadino, anche se andiamo in pensione. Spero», conclude, «che la figura del medico di famiglia non scompaia: è troppo importante per la società, soprattutto in momenti difficili come questi».

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